L’ANGOLO DI MARMILIA – Il coraggio della spinese Vincenzina Veneroni

10 marzo 2017

pandino, spino d'adda

 

Ricordo una lontanissima sera di febbraio piena di freddo e di neve.
Nella nostra casa, sopra l’aula scolastica di un edificio smarrito nel buio e nel silenzio, suona il campanello all’entrata.

Si va ad aprire, scendendo due ampie rampe di scale.

Si presenta una persona intabarrata, con lo scialle in testa tutto punteggiato da fiocchi di neve. Ai piedi ha stivaloni di gomma alti fino al ginocchio.

Ci dice: “Sono la nuova maestra della scuola serale”.
Era difficile crederle e la porta stava quasi per chiudersi, tanta era la diffidenza che, a quei tempi, ci faceva veder nemici da ogni parte. La guerra era finita da poco e gli odi non si erano ancora placati. Noi eravamo forestieri, esposti a tutti i pericoli, e senza amici cui chiedere aiuto.
Sapevamo, però, che quella sera doveva iniziare effettivamente il corso serale per adulti, per consentire ai contadini del posto di conseguire la licenza elementare.

La persona alla porta, comprendendo il nostro imbarazzo, si toglie lo scialle dal capo, ne scuote via la neve e si presenta.
“Sono la maestra Vincenzina Veneroni e vengo da Spino d’Adda. Il tratto fino a Nosadello l’ho fatto in corriera, il resto l’ho percorso a piedi”.
Ecco il perché di quella strana tenuta. Il sorriso della maestra che non ci conosciamo rinfranca. E’ una bella signora, alta, robusta, coraggiosa senz’altro se ha osato affrontare quei chilometri di strada di campagna, al buio, in mezzo a tutta quella neve.
Spalanchiamo la porta e la facciamo salire. In casa la stufa a legna è accesa. Si sporge verso di essa e sembra, poco per volta, scongelarsi.
Ci racconta la sua avventura: si era rimessa a insegnare dopo che il marito aveva perso il lavoro in seguito a fatti bellici. Aveva a casa i figli che doveva accudire e avrebbe accettato qualunque lavoro pur di guadagnare qualcosa, anche questa scuola serale a Gradella, un paesino sperduto nella campagna, senza mezzi di trasporto per raggiungerlo.

Di sotto, intanto, il bidello, il vecchio Civardi, era venuto ad aprire l’aula e ad accendere le luci.

Dalla strada, stando alla finestra, si vedevano arrivare alcune ombre che si avvicinavano al cancello. Poi le ombre si fecero più numerose: grida di richiamo correvano tra la neve.

La maestra discese, dicendo con un sospiro: “Che Dio me la mandi buona!”

Sentimmo poi, stando di sopra, il rumoreggiare della gente di sotto, scoppi di risate, grida dialettali, il tutto con un sottofondo di rumore che ci fece pensare a una scolaresca numerosa e turbolenta. La voce della maestra si alzava spesso, imperiosa e stridula. Sentivamo i colpi battuti sulla cattedra, seguiti da brevi attimi di silenzio.
La prima sera passò così: noi di sopra, con il fiato sospeso; lei di sotto, con la voce sempre più rauca.
All’uscita vedemmo tutte quelle ombre sfollare in gruppo, ridendo e schiamazzando. La maestra ci fece un cenno stanco dal cancello e imboccò la strada che, bianca tra il bianco dei campi, l’avrebbe portata a Nosadello, dove poi avrebbe atteso il pullman che l’avrebbe fatta giungere a casa.
La scuola serale funzionò per alcuni mesi. Passò l’inverno e arrivò la primavera.

La maestra ora giungeva in bicicletta, sempre meno imbacuccata. Gli allievi si erano fatti più tranquilli, alcuni la accompagnavano per un tratto nella notte dopo le lezioni.

Ma la maestra Veneroni era donna estremamente coraggiosa e affrontava ilo cammino solitario con sicurezza. Non le accadde mai nulla e penso che, alla fine, abbia considerato anche quell’esperienza degna di essere vissuta.

L’ho ritrovata anni dopo in una classe, normale questa volta, a Spino d’Adda, maestra rispettata e ben voluta da tutti. Io le ero affezionata e lei aveva per me quasi un sentimento di protezione.
Ma anche se c’era, ora, tra noi, piena confidenza, non mi disse mai che era confidente di cuore.
Quando morì, quasi improvvisamente, dopo essersi sentita male in classe, qualcuno mi disse: “Certo che quella scala per salire alla sua aula era per lei uno strazio. Avrebbe dovuto essere sistemata al piano terra…”

E io, ancora oggi, a distanza di anni, me ne faccio una colpa. Ero la sua Direttrice, le volevo bene, certe cose avrei dovuto capirle. Sarebbe stato semplice assegnarle un’aula al pianterreno. Ma non l’avevo capito.

Spesso si sbaglia, anche quando si vuole bene.

Marmilia

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About silvia*

Sono una giornalista professionista. Questi sono i miei articoli (e foto) relativi i comuni di Rivolta d'Adda, Agnadello, Spino d'Adda, Pandino, Palazzo Pignano, Dovera.

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